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Tanto per iniziare direi che Ali Bruciate sia un libro che non racconta frottole, ma storie vere.
E un libro che indica una speranza e lo fa con tenace convinzione e passione.
Credo che quando si è depositari di dolori o storie, che per un bambino non dovrebbero mai esistere, ricordare o raccontare è sempre triste; ma la mia vita è stata segnata, oltre che dal dolore e da giorni penosi, da una scoperta straordinaria.
Se ciò può servire a dare speranza, ad aiutare a risalire dal fondo che si è andati a toccare per aver intrapreso una direzione sbagliata, allora ben venga raccontare, narrare, informare i giovani come qualcosa di necessario. Come è necessaria la torcia sul casco del minatore, specie da parte di chi, come me oggi, crede che per tutti ci sia una ragione, un motivo per non disperare, perché niente vale quanto una vita, anche se Scampia è un quartiere ancora in lista d’attesa in fatto di diritti mancati.
Credo che tutti siamo portatori di uno spazio, dove ciascuno si può improvvisamente sentire liberato, assolto e accettato nel silenzio vivo di una presenza, aprendo la strada a una scoperta che si rinnova sempre e che risveglia in noi la vocazione della libertà.
Libertà in nome della quale tutti siamo chiamati a vivere per poterci definire degli uomini veri e quindi liberi. Scrivere un libro di denuncia credo che oggi sia quanto mai necessario per dare vigore alla speranza che ci portiamo dentro.
Quando mi è capitato di incontrare qualcuno sul percorso della mia mala vita capace di convincermi che in me abitava la forza che mi avrebbe strappato dall’essere schiavo di un sistema chiamato camorra allora ho capito che essere camorrista significava essere servo, essere camorrista era uguale a non essere un uomo. Ma la cosa che mi faceva soffrire di quella mala vita era quella di non essere libero.
La libertà per me è quella che fa uomo un essere, lo rende felice, e non credo che a sto mondo ci possa essere cosa più grande dell’essere felici. Ma ho maturato anche la convinzione che non si può essere liberi da soli, che non ci è concesso separare la nostra libertà da quella degli altri. Dunque, la nostra libertà è scandalo, non conquista, se non sposa la causa della libertà degli altri. La mia felicità è scandalosa quando non si lascia disturbare dal grido, lacerante, dell’altro, vittima dell’ingiustizia, della criminalità organizzata. Albert Camus sosteneva che lo scrittore deve essere la sentinella dei diritti dell’uomo.
Ho scritto Ali Bruciate per tentare di rendere il problema di Scampia un problema di tutti, per riscattare insieme i bambini di Scampia, perchè credo che tutte le volte che si viene a conoscenza di una realtà cruda e che di mezzo ci sono i diritti calpestati delle persone, e ancora più se sono bambini, automaticamente ci facciamo carico di quei mancati diritti e da lì in poi non può essere più come prima per noi, non possiamo tirarci più indietro una volta che diventiamo testimoni oculari di qualcosa di inaccettabile, inconcepibile. Il non far niente, non raccontarla, continuare ad assistere impotenti sarebbe come raddoppiarla, e raccontarla credo che sia l’unico modo per portarla alla luce.
Allora un giorno anche per questi bambini ho detto no, basta, non ci sto più, a chi prepotentemente pensava di potersi sostituire allo stato, a chi pensava di poter decidere su tutto e tutti, a chi pensa in una parola di essere uomo ma che di fatto e più simile alle bestie. Allora ho detto no, riappropriandomi di me stesso, riprendendomi i miei sogni, la mia vita.
Uno dei motivi che oggi mi spinge a pensarla in un modo diverso da come la pensavo quando stavo nel sistema è il richiamo del sangue dell’innocente.
Ho pianto come un bambino quando l’11 giugno del 1997 a Napoli Silvia Ruotolo 39 anni è stata assassinata mentre tornava a casa. Con lei c’era Francesco suo Figlio di 5 anni che aveva da poco preso da scuola e teneva per la mano, mentre a guardarla dal balcone c’era Alessandra la figlia di 10 anni. Un comando di camorra che sparò all’impazzata aveva come obiettivo Salvatore Raimondi, affiliato al dan Cimmino. Furono sparati quaranta proiettili che oltre ad uccidere Salvatore Raimondi, uccisero sul colpo Silvia Ruotolo, colpita da una pallottola alla testa. Voglio dire che non possiamo porci il problema della paura di fronte a certi episodi che non dovrebbero esistere, ma credo che il Sangue di Mamma Silvia, è cosi che la voglio chiamare, ed il dolore dei figli gridano a noi, affinché divengano il nostro dolore, e attraverso di noi divenga un dolore universale, il dolore di tutti. Non c’è da farsi delle domande di fronte ad una fine infame come quella che è toccata a mamma Silvia, ma c’è solo e subito da dare delle risposte. E credo che la nostra non può essere che la lotta alle mafie, con disgusto e rabbia, affinché quelli che sono morti non siano mai sotto terra perché saranno vento di libertà per tutti noi.
Mi piacerebbe concludere con un pensiero di Giuseppe Fava.
“ lo ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo, infatti, che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente in allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. A che serve vivere se non si ha il coraggio di lottare? ” Giuseppe Fava - giornalista ucciso dalla mafia.
Davide Cerullo
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