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La strada dura come sempre, testarda come il sole siciliano. E’ nella fatica del cammino tra i Nebrodi che abbiamo riconosciuto la stessa disciplina, lo stesso sforzo di chi s’impegna su questa terra, contraddittoria nelle viscere. Bella e disgraziata, rivoluzionaria e domabile.
Il Clan Visi Pallidi ha affrontato una giumenta pazza, imprevedibile. Le tappe con lo zaino sulle spalle, i bivacchi sulla terra vulcanica ma silenziosa. Empatia naturale che un po’ ci mancava e anche una serie d’ingredienti di cui avremmo fatto a meno: il potenziale assalto di una mandria di bufali e una lunga notte di viaggio senza cuccette. Indispensabili invece: gli arancini siciliani nell’antica focacceria di Palermo e l’humour siciliano.
Un personaggio speciale l’abbiamo incontrato nel quartiere di Brancaccio alla periferia di Palermo. Sembrava quasi di conoscerlo, la stessa tenacia e la stessa delicatezza di Padre Pino Puglisi. Ma lui è Pino Martinez, a lui è stato passato il testimone e la formula illuminante “E se ognuno fa qualcosa...”. Lui di cose ne ha fatte, evidentemente troppe e scomode perché gli hanno bruciato la porta di casa. Ma lui non ci pensa un attimo a mollare, continua con il Comitato Intercondominiale a lottare per la dignità del suo quartiere.
Lotta per tutti, insegna a tutti a lottare per farlo vivere ancora, quell’uomo che aveva puntato la speranza sui giovani fondando il Centro Padre Nostro.
La Parola e l’amore erano le fondamenta del suo sacerdozio. Sorprendente, l’arma del vangelo per fare antimafia, con lui i valori diventavano carne. Niente parole vuote per il nostro 3P (Padre Pino Puglisi): lui “mafiusi” disposti a convertirsi perché anche loro erano uomini. Poi l’hanno ucciso. Anzi l’hanno fatto rinascere, come in un parto. Lui è in tutti i gesti di legalità e speranza di quel quartiere.
Poi un treno ci ha portato a Cinisi, dove un tempo una radio cantava. Era Radio Aut e lo speaker era Peppino Impastato. Aveva qualche anno in più di noi, un ragazzo con qualche folle idea per la testa, poesia, letteratura. La gente del paese lo guardava strano: parlava di Mafiopoli, rideva sulla spavalderia di Don Tano. Lui secondo noi un po’ di paura ce l’aveva, ma continuava a gridare. Si era perfino ribellato a suo padre che non era riuscito a scappare da quella terribile schiavitù, quella di Cosa Nostra. Che ragazzo Peppino, niente eroismo, tanti ideali. Uno come noi, con solo un sogno, quello di un paese libero, di un paese capace di riconoscere la bellezza. Poi stessa storia, hanno ucciso anche lui, mentre tornava a casa, e hanno persino avuto il coraggio d’infangarne la memoria dicendo che si era suicidato sui binari del treno per farlo deragliare.
Oggi a Cinisi ci sono persone che fanno resistere il ricordo attraverso la “Casa della memoria di Peppino Impastato”, fondata dal fratello Giovanni e dalla mamma Felicia, morta qualche anno fa.
Per entrambi i nostri amici c’è stata la morte ma c’è anche una continuità che non si spezza, una memoria forte che produzioni artistiche hanno saputo far rinascere. Sono antieroi, uomini che hanno fatto il loro dovere, hanno agito su due punti dolenti che infastidiscono molto tutte le mafie: l’informazione e l’educazione.
Il nostro dan è cresciuto molto grazie a questa esperienza, ora abbiamo occhi nuovi e mani più capaci di costruire percorsi di legalità anche nella nostra città.
Laura Spaggiari
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